Cinque posti difficili da raggiungere in Carso e Istria

Il Carso non è una terra che si addomestica con facilità, né uno spazio dove rivendicare comodità. Le difficoltà che quest’altopiano porta con sé sono numerose e le insidie sono più riconducibili a quel desiderio di affidarsi agli elementi noti, piuttosto che al batticuore che si prova quando ci si perde. In questo articolo vi parliamo proprio di alcuni luoghi nascosti inconsapevolmente dimenticati dalla gente che vi abita, e per questo pressoché sconosciuti a chi mette piede in Carso per la prima volta. 

In una terra dove tra il calcare del sottosuolo e la superficie ferrosa esiste una soluzione di continuità quantomai rara, gli elementi meno apparenti non sono esclusiva speleologica, bensì finiscono per essere pellegrinaggi di pochi e silenziosi privilegiati. Dalla val Rosandra fino alle Falesie di Duino e localizzando l’interesse per le vicende meno celebri, il Carso è stato capace – e lo è ancora – di far nascere piccoli misteri, intime narrazioni e profonde sensibilità: tutto questo, per definizione, non può essere considerato facile. Questi cinque luoghi, per ciò che rappresentano e per le memorie che si portano dietro, ne sono vivida rappresentazione. 

 

La grotta del monte Hermada

Quale, visto che sono numerose? La scarsità di luce che troviamo nelle grotte carsiche in molti casi adombra le storie e gli itinerari molto spesso non contemplano la localizzazione del fenomeno perché a tutti gli effetti scomode. L’antro che si trova sotto la cima del monte Hermada (Ermada in italiano o Grmada in sloveno) è uno di questi. Percorrendo la strada che venne realizzata durante la Prima guerra mondiale e che dal borgo di Ceroglie conduce verso questa collina di 323 metri di altitudine, dopo una ventina di minuti di cammino si arriva ad un incrocio: il sentiero si inerpica verso sinistra, dando il la alla salita. 

Un altro bivio, dopo circa una decina di minuti, nasconde una traccia che non possiede indicazioni di sorta, né cartelli o particolari segnavia. Nel fitto della boscaglia, la “bocca” dell’Hermada si apre in tutta la sua naturale artificialità. A dire il vero la grotta è sempre esistita, ma tra il 1915 ed il 1917 ospitò migliaia di soldati in divisa austroungarica chiamati a difendere le postazioni in cima a questo monte.

Rifugio, primo ospedale da campo con un gruppo elettrogeno ai primordi e tetto al riparo dai colpi d’artiglieria italiani, questa grotta ha ricevuto il “bollino” del catasto grotte solamente di recente. 
Al suo interno, dopo un primo tratto scavato dai perforatori in dotazione all’esercito asburgico, si apre una cavità di dimensioni notevoli dove sono ancora oggi, a distanza di più di un secolo, i supporti per la diffusione dell’elettricità. Un fascino particolare lo possiedono altresì alcuni sacchi di cemento ormai pietrificati e testimoni oculari della vivacità bellica che la grotta visse durante gli anni del conflitto. Alla fine dell’antro poi venne costruita una scalinata che conduce ad un primo terrazzamento. Primo perché, con ogni probabilità, il progetto prevedeva la realizzazione di ulteriori spazi terrazzati. Nel 1917 però, la disfatta e la successiva ritirata di Caporetto, tolse il monte Hermada dal fronte, facendo sprofondare nell’oblio la memoria di questi luoghi. 

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Il cimitero austroungarico di Aurisina 

In questo camposanto adagiato sul fondo di una vasta dolina carsica a poca distanza dal borgo di Aurisina riposano i resti di migliaia di giovani uccisi dalla Grande guerra. Se il fascino che i cimiteri si portano appresso può scatenare le perplessità dei più scettici, è altrettanto vero che la marginalità di questo luogo sacro può suggestionare la curiosità dei viandanti. 

Arrivarci è questione di passi. Sul fondo della dolina, infatti, si può accedere solamente a piedi. Dopo aver imboccato il sentiero CAI 32 ed aver attraversato il sottopassaggio autostradale, si giunge nei pressi di un prato dove, sulla sinistra, si apre una traccia che si conclude davanti al piccolo cancello d’entrata. Sono 1934 i militari sepolti qui e, manifestazione delle sovrapposizioni culturali che questa terra vive da sempre, uno di essi è italiano. A curarlo oggi è la Croce Nera Austriaca, associazione che si occupa del mantenimento dei cimiteri di guerra nelle vecchie province dell’Impero asburgico. Una sorta di rappresentazione di un legame, quello del paese d’Oltralpe con il Litorale triestino, mai del tutto svanito. 

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Campo carri e la caserma di Banne 

La difficoltà nel raggiungere questo luogo è data per lo più dallo stato di abbandono dell’area. Il territorio è quello del borgo di Banne, a due passi dal centro abitato di Opicina ed estremo limite occidentale dell’altopiano carsico. Da questa zona inizia il cosiddetto “ciglione”, una lunga scarpata che porta alla prima periferia di Trieste. 

Campo carri viene chiamato così in virtù della presenza, dal Secondo dopoguerra in poi e fino a non molti anni fa, di una guarnigione militare di carristi. La caserma “Monte Cimone” di Banne aveva necessità di uno spazio dove condurre le esercitazioni e, particolare non indifferente nelle relazioni italo-jugoslave da Guerra fredda, doveva essere in un punto strategico anche e soprattutto in direzione dei territori oltre la Cortina di ferro. Qui l’Italia mostrava i muscoli dal punto di vista bellico – anche se lo sforzo era destinato più al cosiddetto gioco delle parti che ad una concreta contrapposizione. Oggi l’area esterna alle recinzioni che delimitano l’ex caserma è un paradiso per i botanici anche se da molto tempo la nidificazione di alcune specie viene messa a rischio dalla crescita indisturbata del pino nero. Questa specie è stata capace di colonizzare in brevissimo tempo uno spazio aperto che, complice l’attività dei carrarmati, era rimasto per lunghi decenni una vera e propria landa e, di conseguenza, habitat preferito da alcuni uccelli.   

Un particolare curioso di questa zona è la presenza dell’anima del cantautore Francesco Guccini. Durante gli anni Settanta egli prestò servizio militare proprio qui e si narra che, tra le “fughe” a Trieste e qualche scampagnata carsica, il luogo l’abbia ispirato ed aiutato a comporre il celebre brano dal titolo “Eskimo”. Il famoso cappotto verde comprato, si dice, in qualche mercato di Trieste. 

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La scala delle vacche di Ricmanje 

Questa scalinata veniva utilizzata dai mandriani della zona di San Giuseppe della Chiusa/Ricmanje per raggiungere l’altopiano carsico in una sorta di transumanza adriatica. Nascosta al margine della grande circonvallazione del polo ospedaliero di Cattinara, alla base del cosiddetto ciglione carsico, questo ascensore calcareo può essere percorso solamente a piedi e, necessariamente, lasciando la propria automobile o la propria bicicletta nello spazio parallelo alla carreggiata. 

La scalinata sbuca sulla strada chiamata “per Basovizza”, arteria che conduce all’omonimo borgo celebre per la presenza del monumento alle vittime della foiba e dei fucilati sloveni, luoghi omaggiati dalla storica visita congiunta dei presidenti della Repubblica Italiana e Slovena, Sergio Mattarella e Borut Pahor. È rappresentazione di una storia passata che non ritornerà più anche se, attraverso il mantenimento e la sua pulizia, si tiene in vita la memoria dei tempi in cui il Carso viveva soprattutto grazie all’allevamento.   

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L’antica strada romana di Monte Spaccato

Per chi proviene da città, raggiungere l’antica strada romana che dalla sella di Monte Spaccato porta al rione di San Giovanni potrebbe essere un’impresa quantomeno faticosa. La traccia si trova su strada per Basovizza all’altezza della via intitolata a Damiano Chiesa. Da qui parte una stradina che, lasciandosi alle spalle alcune case, si trasforma in uno dei tanti sentieri che fino agli anni Sessanta venivano utilizzati dalle “mlekarice”, le donne del Carso che rifornivano di latte appena munto la città ogni mattina. 

Il sentiero, che costeggia la cava abbandonata denominata “Faccanoni”, è leggermente in salita e verso la sua conclusione, mostra i segni ingegneristici dell’età romana. Il lastricato del tempo è infatti visibile in alcuni punti e aggiunge fascino ad alcuni belvedere da dove ammirare la città di Trieste dall’alto. Segno di una continuità ideologica con la Roma imperiale è una grande stele, collocata durante il Ventennio fascista e fatta parzialmente saltare dai partigiani negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, che ricorda proprio la costruzione del selciato romano. È abbandonata ed ormai dimenticata tra gli arbusti del Carso. L’ennesima tessera di un puzzle, quello carsico a ridosso dell’ambiente urbano, complicato da capire e, come in questo caso, difficile da raggiungere. 

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